Spread e Tasso di Interesse di un Mutuo

l tasso di interesse è il prezzo che si paga per avere i soldi in prestito. Risulta essere il costo principale ed è il motivo che fa scegliere un mutuo rispetto ad un altro. L’offerta è sicuramente più ampia del passato (anche se non sempre più trasparente). I contratti di mutuo, oltre alle durate differenti, sono diversi anche per il tipo di tasso applicato.

La scelta del tasso di interesse è un passaggio fondamentale sulla decisione di stipulare un mutuo per l’acquisto della casa. I motivi sono diversi e vanno dalle attese sull’andamento dell’economia alle aspettative sulla crescita del proprio reddito, ma anche alla preferenza per la sicurezza di una rata fissa.

In origine esisteva solo il tasso fisso, valido per tutta la durata del mutuo, che consentiva di prevedere con esattezza gli importi di ciascuna rata. Successivamente il tasso fisso cominciò a mostrare i suoi difetti: il cliente rischiava di pagare rate sempre più costose se i tassi scendevano, ma soprattutto le banche venivano danneggiate se i tassi salivano. Le banche hanno così introdotto il tasso variabile, cioè l’interesse che il cliente paga sul mutuo non è fisso ma soggetto alle oscillazioni di un tasso di riferimento (Euribor) al quale il tasso è agganciato. L’Euribor può alzarsi, facendo aumentare le rate, o calare, riducendo l’importo delle rate.

A questi si aggiunge una maggiorazione (o scarto, o margine) più o meno grande, chiamato spread, che ogni banca decide di aggiungere quale proprio ricavo. Lo spread viene pagato dal cliente, e chiaramente più alto è lo spread, più costoso è il mutuo.

Lo spread pertanto rappresenta la remunerazione per la banca ed è espresso da un valore percentuale che oscilla mediamente tra lo 0,5% e il 2%. Lo spread, sommato al tasso di riferimento di mercato (Euribor, nel caso del tasso variabile o Eurirs per il tasso fisso), determina il tasso di interesse applicato al mutuo. Nel settore mutui ogni banca può applicare uno spread diverso dalle altre banche e spesso la differenza delle condizioni sono sostanziali. Una ricerca delle migliori condizioni adeguate alle proprie esigenze può fare risparmiare molti euro.

Cosa Sono gli Index Fund

Gli index fund (o fondi indicizzati o anche fondi replica) si trovano all’opposto dei fondi attivi, i quali hanno l’obiettivo di battere il benchmark. Gli index fund sono fondi a gestione passiva che replicano fedelmente un indice acquistando tutti i titoli che compongono il sottostante. Sono nati prima degli Etf (Exchange traded fund), ma la strategia di investimento è la stessa.

Negli Usa la quota di risparmio gestita dagli index fund è in costante crescita. Il primo fu lanciato nel 1971 dalla Wells Fargo solo per investitori istituzionali. Nel 1976 il gruppo Vanguard istituì, per la clientela retail (piccoli risparmiatori), il First Index Investment Trust indicizzato allo SP500, oggi conosciuto come Vanguard 500 Index Fund, con un patrimonio di circa 100 miliardi di dollari.

In Italia i fondi indicizzati non sembrano suscitare l’entusiamo nè dei gestori nè degli investitori. I fondi a gestione passiva sono pochi, ed è un peccato perchè potrebbero allargare le scelte a disposizione dei risparmiatori, anche perchè investono in modo efficiente e poco costoso negli indici di mercato, e sono validi strumenti sia per il risparmiatore sia per i gestori. Sarebbero una valida alternativa agli Etf se non fosse che non si possono quotare in Borsa, a causa della diversa fiscalità, diventando a tutti gli effetti degli Etf. Inoltre, anche le banche non hanno alcun incentivo a proporre ai clienti strumenti di investimento con commissioni di gestione molto più basse dei quelle dei fondi comuni a gestione attiva.

Fino a qualche anno fa, la scarsa presenza degli index fund italiani obbligava i risparmiatori che disponevano di un piccolo capitale ad investire nei fondi attivi, sopportando spese e commissioni di gestione molto alte. Oggi i risparmiatori che desiderano diversificare il loro investimento, soprattutto azionario, replicando un determinato indice, hanno la possibilità di acquistare gli Etf.

Ma quali sono le differenze tra gli index fund e gli Etf?
Gli Etf sono prodotti quotati in tempo reale in Borsa come una qualsiasi azione. Per cui può essere negoziato negli orari di Borsa con un preciso prezzo di acquisto e di vendita attraverso un ordine dato al proprio intermediario, anche online. Nel caso degli index fund (e dei fondi comuni in generale), invece, il controvalore dell’operazione sarà quello determinato alla chiusura di ogni giornata dalla società di gestione, che stabilisce il valore della quota del fondo in base ai prezzi dei titoli in portafoglio. Quindi, con gli Etf, al contrario degli index fund, è possibile fare vero e proprio trading.
Gli Etf hanno commissioni di gestione molto basse, in media dello 0,40%. A queste bisogna aggiungere le spese per eseguire l’operazione, che sono le stesse richieste nella compravendita di azioni. Infine bisogna anche considerare la differenza tra prezzo denaro (di acquisto) e prezzo lettera (di vendita), che generalmente si dovrebbe mantenere entro lo 0,20%. Gli index fund prevedono di solito solo costi di gestione simili agli Etf, ma per comprare e vendere quote non sono richieste commissioni.

Si tratta quindi di investimenti molto interessanti.

Come Utilizzare un Assegno Circolare

Quando si devono effettuare pagamenti con elevate somme di denaro, che quindi è meglio non portare nel portafoglio, possiamo avvalerci di un importante strumento bancario che è l’assegno circolare.

A differenza dell’assegno bancario, che può anche essere scoperto, l’assegno circolare si basa su un deposito sicuro effettuato da chi ha richiesto l’assegno. In pratica si va in banca, si versano dei soldi, e questa vi da in cambio un assegno, relativo alla somma che avete versato.

La persona che deve riscuotere la somma pattuita deve quindi recarsi in banca, una qualsiasi filiale di quella che ha emesso l’assegno, e presentare un documento di identità e il codice fiscale insieme naturalmente all’assegno che è nominale e non trasferibile. La procedura è spiegata più nel dettaglio in questa guida sull’assegno circolare.

A differenza quindi dell’assegno bancario, l’assegno circolare si basa sul fatto che non è trasferibile e che chi lo richiede deve avere pronta sul posto la somma in denaro contante che vuole scambiare con l’assegno. La comodità nell’utilizzo dell’assegno circolare è infatti dettata dal fatto che non può essere rubato come le normali banconote.

Questo tipo di assegno è spesso usato per comprare immobili, auto, o pagare stipendi, in pratica per tutte quelle cose in cui occorre una notevole somma di denaro che certo non è il caso di portare in tasca. Inoltre è un mezzo di pagamento ben accetto da tutti, perchè è rapido è sicuro, non soggetto ne a frodi ne ha esperienze sgradevoli.

Il metodo di pagamento con assegno circolare è poi tracciato, come i pagamenti con bancomat e carta di credito, ed è quindi rintracciabile dalle autorità competenti. I malandrini non potranno così commettere illeciti facendo circolare questo metodo di pagamento.

Risulta essere senza dubbio richiesto e valorizzato, come lo è anche la moneta elettronica, sia dalle banche che dalle istituzioni, perchè crea meno confusione e c’è meno pericolo che i falsari ci mettano lo zampino. Sostituire tutta la moneta cartacea in titoli e moneta elettronica è infatti uno degli obiettivi che i governi si prefiggono.

Convenienza dell’Estinzione Anticipata di un Mutuo

Chi ha a disposizione della liquidità ed è alle prese con un mutuo casa, può considerare un investimento anche l’estinzione anticipata dell’intero capitale mutuato (o di parte di esso). Va infatti ricordato che, in base all’art. 38 e seguenti del decreto legislativo 385/93, il Testo unico bancario, il mutuatario ha la possibilità di restituire il mutuo anticipatamente, smettendo quindi di pagare gli interessi. Questo avviene con la restituzione del capitale residuo, cioè ancora dovuto (la somma si desume dal piano di ammortamento).
Il primo passo da compiere consiste nel chiedere alla banca il piano di ammortamento aggiornato con la situazione delle rate, il capitale versato, quello ancora da rimborsare (capitale residuo) e la quota interessi residua.

Dal piano di ammortamento si calcolano le mancate uscite che si otterrebbero rimborsando anticipatamente una parte o tutto il capitale residuo. La convenienza del rimborso è data dalla differenza tra la somma delle rate che non si pagherebbero e il capitale residuo anticipato.
Alla penale di estinzione anticipata, se dovuta, va aggiunta la perdita delle detrazioni fiscali sulla quota interessi che rimane da pagare. Detrazioni che hanno un tetto massimo di 4.000 euro.
Prima del 2007 la legge prevedeva che in caso di estinzione anticipata parziale o totale, la banca, se previsto dal contratto, potesse richiedere un compenso (penale o commissione) al mutuatario, in percentule sul capitale residuo. Con la legge 40 del 2007, questa penale è ora vietata o, per i contratti di mutuo firmati prima della legge 40, ridotta.

Più in dettaglio
la penale di estinzione anticipata è vietata su tutti i nuovi contratti di mutuo sottoscritti a partire dal 2 febbraio 2007 da persone fisiche, per la prima casa o per attività economiche e professionali;
la penale di estinzione anticipata deve essere ridotta per i mutui preesistenti, così come stabilito dall’accordo siglato il 2 maggio 2007 dall’Abi e dalle associazioni dei consumatori;
alle banche è vietato sostituire la penale di estinzione anticipata con altre forme di costi o di commissioni.

Una volta il contratto di mutuo era come il matrimonio, cioè indissolubile. Una volta firmato, il mutuatario era legato alla banca per sempre (o quasi), perchè l’estinzione anticipata di un mutuo era un vero salasso economico. Ora non è più così.

Come Investire in Btp a Lungo Termine

La situazione di tensione per i timori sulla tenuta del debito pubblico del nostro Paese ha avuto come conseguenza l’aumento dello spread tra bund tedeschi e Btp decennali, arrivato a toccare addirittura i 600 punti base (ieri ha registrato 454 punti). I rendimenti dei Btp arrivano anche al 7% circa e sono i più alti in Europa, ad esclusione di quelli della Grecia.
Cosa significa tutto questo? Vuol dire che il mercato teme un default dello Stato italiano, e la conseguenza è che i prezzi dei Btp si sono abbassati in previsione di un rimborso del capitale ai risparmiatori.

Cosa succederebbe in caso di fallimento dell’Italia? Quando fallisce uno Stato, questi si trova nella condizione di dover rimborsare i propri debiti (i titoli di Stato emessi) ai risparmiatori. L’entità dei rimborsi è una incognita. E’ chiaro che non verrà restituito tutto il capitale investito dai risparmiatori, ma una parte di esso. L’Argentina, per esempio, rimborsò soltanto il 30% del valore nominale delle sue obbligazioni, ma ci sono state nazioni andate in default (Russia, Ecuador, Lituania e altre) che in media hanno liquidato ai risparmiatori il 30%. Così potrebbe succedere anche in Italia.

Oggi tutti consigliano di comprare Btp a breve termine. Cosa succede invece se compriamo un Btp a lunga scadenza?
Facciamo in proposito alcune considerazioni nella ipotesi di investimento su un titolo che oggi presenta un prezzo molto interessante. Si tratta del Btp 4% 01/02/37 che ha un rendimento da qui a 25 anni di oltre il 6% netto annuo, in considerazione del suo prezzo attuale che è di 69,75.Supponendo di investire nel Btp 40.000 euro di valore nominale, lo paghiamo subito 69,75, cioè versiamo 27.900 euro. Incasseremo poi una cedola del 4% lordo ogni anno ed alla scadenza ci verrà rimborsato il valore nominale, cioè 40.000 euro. Quindi il guadagno sarà dato dalla differenza tra il capitale finale e quello versato inizialmente (40.000 – 27.900 = 12.100 euro) e dagli interessi incassati negli anni. Tutto questo se l’investimento fosse portato regolarmente a termine, ma in pratica 25 anni sono lunghi e molto probabilmente il Btp lo venderemmo sul mercato molto prima.
Una volta acquistato il titolo, in che modo possiamo operare?

Considerando la situazione attuale possiamo esaminare due scenari
Italia in default. Sembra un paradosso ma, in caso di fallimento, i titoli di Stato meno rischiosi sono quelli con scadenza più lunga. Infatti i rendimenti dei Btp a breve scadenza (2 anni) e quelli lunghi sono più o meno uguali, ma i prezzi di quelli a lungo termine sono più bassi. In caso di default la percentuale di rimborso da parte dello Stato ai risparmiatori sarebbe probabilmente la stessa. Nel nostro caso l’Italia quasi sicuramente rimborserebbe il 70% del valore nominale, cioè quello che abbiamo versato per l’acquisto. Per cui la perdita sarebbe limitata o nulla.
L’Italia risolve i suoi problemi. Se ne avvantaggiano i Btp a lungo termine, perchè si abbassano i tassi e si alzano i prezzi in modo molto più consistente rispetto ai Btp a breve scadenza. Per cui, se il prezzo del nostro Btp arriva, per ipotesi a 80, possiamo optare per due soluzioni, entrambe vantaggiose.

Se puntiamo a rimanere sul breve, possiamo vendere[*] i Btp e incassare i guadagni in conto capitale (40.000 x 80% = 32.000 euro). Il nostro guadagno sarebbe di 4.100 euro (32.000 – 27.900), più le eventuali cedole incassate (4% lordo, cioè il 3,50% netto annuo).
La seconda soluzione è quella di mantenere il Btp e garantirci un buon rendimento per un certo numero di anni.